“SATIRA TOTA NOSTRA EST”: SULLA STRAGE DI PARIGI E LA CONSAPEVOLEZZA CRITICA DEL NUOVO OCCIDENTE

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A cura di Nicolò Valandro

Se ha puesto tan serio el mundo que el humor es una profession de riesgo” con questa frase Bernardo Erlich, vignettista argentino, commenta quanto accaduto a Parigi il 7 Gennaio 2015, quando un gruppo di uomini armati ha preso d’assalto la sede del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, uccidendo numerose persone, tra le quali il direttore della testata e alcune delle maggiori firme del giornale.
Tale atto terroristico, a differenza di altri precedenti attacchi che avevano avuto come bersaglio enti governativi o civili, assume questa volta un significato nuovo: colpire un giornale satirico significa infatti prendere di mira un’istituzione civile che riassume in sé una delle peculiarità che più caratterizzano la nostra civiltà, e cioè la autoconsapevolezza critica.
Sarebbe ingiusto definire Stephan Charbonnier (il direttore di Charlie Hebdo ndr) e il suo staff come semplici giornalisti o farli assurgere improvvisamente a campioni della libertà di stampa, prima di tutto erano degli amorevoli bastardi, capaci di svolgere dannatamente bene il loro lavoro, e cioè fare satira.

Ma cosa vuol dire fare satira?

La satira rappresenta il dovere di punzecchiare, con la giusta dose di ironia e autoironia, apparendo spesso irriverente e dissacrante quelle che sono la nostra coscienza e la nostra sensibilità, con il risultato di farci sorridere o, quando maggiormente efficace, farci innervosire e storcere il naso. E per quanto spesso possa far apparire lo specchio umoristico su cui far riflettere la decadenza morale e politica del nostro secolo, e le contraddizioni e le ingiustizie della società occidentale, la satira è sempre sintomo di una buona salute, culturale e sociale.
La satira, di per sé, non è altro che il frutto spontaneo di secoli e secoli di impotenza della nostra civiltà di fronte alle principali questioni sociali e strutturali, frutto maturato dalla necessità di poter, del tutto pacificamente, denudare i poteri costituiti di quella loro diabolica pretesa di apparire come universalmente legittimati, assoluti, nonostante le ingiustizie e le contraddizioni insite al loro interno. La satira è dunque manifestazione di una particolare autoconsapevolezza critica, maturata in seno ad una civilità culturalmente avanzata, come quella europea, la quale ha fatto sì che il potere non l’avesse mai vinta del tutto e su tutti.
L’ironia infatti, lo strumento principale utilizzato dalla satira per smascherare l’ipocrisia, ha lo straordinario potere, prevalentemente distruttivo, di negare qualsiasi verità al di fuori di se stessa, di alleggerire e in parte svuotare di significato qualsiasi cosa, fino ad ottenere come risultato una sconfinata e sterminata tabula rasa, sulla quale ci troviamo tutti alla stessa altezza.
È come se gli umoristi satirici avessero realizzato attraverso di essa la piena eguaglianza tra gli uomini, un’eguaglianza che ci approssima tutti allo zero.
Sono evidenti i rischi che potrebbero derivare da un’ironia incontrollata, cioè non accompagnata da una qualche affermazione di valore.
Nella satira ben fatta, l’ironia è però utilizzata con la precisione di un chirurgo e la goliardia di un adolescente: mira a colpire determinati obbiettivi, quelli che l’autore ritiene essere le parti infette del tessuto sociale e politico, le quali vengono attaccate con creatività e spregiudicatezza, spesso sconsiderate, a volte irrispettose e a volte cinicamente azzeccate, procedendo con una demolizione sistematica che punta a mettere in ridicolo quegli obbiettivi, facendo leva sulle loro stesse contraddizioni interne.

Il Re è nudo!” fa esclamare Andersen al bambino che s’accorge della completa nudità del re, il quale sfilava tronfio e inconsapevole per le vie del paese. E il risultato peggiore, per chi è oggetto di questi attacchi, non è l’indignazione o il disgusto da parte del pubblico, ma le sue caustiche e grasse risate.
Tuttavia l’autoironia, tipica di ogni buon umorista, e l’ironia non sarebbero possibili senza una fondamentale autoconsapevolezza e consapevolezza critica, senza cioè l’umiltà di riconoscersi, da un lato, tra coloro che stanno osservando in silenzio il re attraversare la strada completamente nudo, e, dall’altro, nella spregiudicatezza dell’innocente bambino che rivela a tutti la verità.
Queste sono le due forme di consapevolezza che la cultura occidentale ha posto a proprio fondamento, quelle che hanno continuato a dare frutto nel tempo, qualunque fosse l’orientamento politico o religioso dell’autore. “Satira tota nostra est” affermava Quintiliano nella sua Istitutio Oratoria; l’ironia caustica di un Dante, che si scaglia contro la corruzione del clero e della nobiltà del suo tempo, viene dalla stessa matrice culturale per cui Voltaire potrà criticare le follie belliche e ideologiche francesi di fine settecento, così come molto tempo prima di loro Aristofane e Orazio.
Per questo l’attacco di questi assassini alla redazione di Charlie Hebdo è da considerarsi , oltre ad una tragedia ingiusta, una minaccia a quella libertà, sempre più a rischio, di essere consapevolmente critici.

Non bisogna credere che l’attacco si esaurisca nell’aver colpito fatalmente una redazione giornalistica. Obiettivo ulteriore di tale violenza è stato quello di minare la nostra consapevolezza dall’interno delle nostre strutture sociali, culturali e politiche, attraverso un terrorismo che ha come solo fine il caos, ovvero lo smembramento stesso di una identità culturale che ci permette di essere consapevoli anche e soprattutto di fronte alle nostre responsabilità politiche, civili e umane, nella situazione attuale.
Per quella stessa consapevolezza che ci permette di ridere e allo stesso tempo criticare le storture e le aberrazioni del nostro secolo, dobbiamo riconoscerci in parte responsabili della situazione attuale in Medio Oriente, dei soprusi perpetuati per troppo tempo nei confronti di altri popoli e dell’indifferenza che spesso abbiamo mostrato verso coloro che chiedevano aiuto, senza però scadere in un monotono mea culpa, ma riaffermando quella coscienza che permette di dire a ciascuno di noi «questo è giusto, questo è sbagliato».

Se scadiamo nell’odio, nella paura, nel terrore, e se tutto questo ci dovesse portare un giorno ad inaugurare una triste stagione di caccia alle streghe, di autodafé, di genocidi, di vuota propaganda patriottica, se lasciamo cioè che la reazione a questa tragedia si trasformi in un isterico fascismo, fatto di Fronti Nazionali e di xenofobia, di laicismo autolesionista e anacronistico fanatismo, non solo la daremo vinta al terrorismo e a quanti minacciano la nostra sicurezza, ma verremo meno a quella stessa apertura critica verso l’alterità che anche un uomo di fede, come San Paolo, aveva sapientemente riassunto nel suo famoso pensiero «Vagliate tutto, trattenete ciò che è buono» e che ha contribuito a conferire all’Occidente quell’aspetto sincretico e poliforme che i movimenti radicali e nazionalisti di ogni tempo ed ogni fede cercano di eliminare.
L’Occidente è tanto colpevole quanto consapevole delle sue colpe, ma è solo ribadendo e difendendo questa nostra consapevolezza che ci salverà dal diventare a nostra volta dei barbari.

Per questo bisogna difendere la satira: per essere noi quelli a ridere per ultimi.

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